Così come la lettura e la scrittura hanno rappresentato una rivoluzione sociale nei secoli scorsi, oggi la data literacy può essere considerata l’alfabetizzazione del XXI secolo. Non si tratta solo di “saper usare Excel” o di padroneggiare analisi statistiche complesse, la data literacy è principalmente una forma di pensiero critico applicato ai dati.
Viviamo in una società in cui la capacità di comprendere, valutare e utilizzare i dati è diventata essenziale e questa consapevolezza sta emergendo con forza anche nelle politiche europee. La Raccomandazione del Consiglio Europeo sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente (22 maggio 2018) inserisce esplicitamente l’alfabetizzazione all’informazione e ai dati tra le competenze digitali fondamentali per tutti i cittadini. Non è un caso: viviamo in una società in cui i dati permeano ogni aspetto della nostra vita quotidiana – dal modo in cui accediamo alle informazioni a come vengono prese le decisioni che ci riguardano (Carmi et al., 2020). Per questo la capacità di comprendere, valutare e utilizzare i dati è diventata essenziale quanto saper leggere e scrivere.
Anche il quadro di riferimento europeo per le competenze digitali, DigComp 2.2 (pubblicato nel 2022), identifica “Information and data literacy” come la prima delle cinque aree di competenza digitale che ogni cittadino dovrebbe sviluppare: non una verticale per specialisti ma un tratto indispensabile della cittadinanza attiva nel XXI secolo.
Rafforzare la propria data literacy significa imparare a fare le domande giuste: capire da dove arrivano le informazioni, con quali metodi vengono raccolte, quali sono i loro limiti e le loro potenzialità. Questo approccio critico si articola in quattro aree fondamentali che si intrecciano tra di loro: l’acquisizione dei dati (come trovare e raccogliere dati garantendone accuratezza e affidabilità), la comprensione dei dati (come interpretare il significato dei dati e comprendere i metodi di raccolta), l’analisi dei dati (come analizzare le informazioni per identificare tendenze e testare ipotesi) e la comunicazione dei dati (come presentare e condividere i risultati attraverso visualizzazioni chiare).
Perché riguarda anche la cultura
Il settore culturale è attraversato da dati di ogni tipo: dai biglietti venduti alle interazioni sui social media, dai cataloghi digitali al feedback del pubblico, dalle statistiche di partecipazione ai dati demografici dei visitatori. Troppo spesso però questi dati rimangono confinati in report annuali da consegnare agli enti finanziatori, in fogli di calcolo che nessuno consulta davvero, oppure vengono delegati completamente a consulenti esterni. In questo modo informazioni preziose non contribuiscono né a prendere decisioni né a migliorare l’offerta culturale.
La data literacy nel settore culturale non riguarda solo la conoscenza dei pubblici, ma abbraccia ambiti più ampi: dalla gestione e catalogazione delle collezioni digitali al monitoraggio della conservazione del patrimonio, dal data management al controllo di gestione e alla pianificazione strategica, dall’analisi dell’impatto sociale e culturale delle attività all’ottimizzazione dei flussi dei visitatori, dalla valorizzazione attraverso data visualization e storytelling alla ricerca in Digital Humanities. A livello internazionale, il movimento Collections as Data promuove l’uso delle collezioni culturali come dataset per la ricerca computazionale, mentre il settore GLAM (Galleries, Libraries, Archives, Museums) sta adottando sempre più standard aperti e interoperabili come i Linked Open Data e l’International Image Interoperability Framework . Queste trasformazioni richiedono lo sviluppo di competenze di data literacy non solo nei ruoli tecnici, ma anche tra catalogatori, archivisti, curatori e operatori culturali.
In questo articolo ci concentreremo soprattutto sui dati relativi ai pubblici e alla loro relazione con le proposte culturali, ma è importante tenere presente che i principi e gli approcci della data literacy si applicano a tutti questi ambiti della gestione culturale. La capacità di leggere e interpretare i dati può infatti trasformarsi in una risorsa strategica preziosa per conoscere più approfonditamente il pubblico e i suoi comportamenti, monitorare e valutare le attività, orientare decisioni strategiche su evidenze concrete, comunicare con maggiore efficacia verso finanziatori, amministratori e comunità di riferimento.
Un esempio: grazie all’Impact and Insight Toolkit sviluppato da Arts Council England, molte istituzioni culturali britanniche hanno iniziato a combinare dati quantitativi e qualitativi per migliorare programmazioni e strategie di audience development.
Dati che informano scelte
La data literacy non è un esercizio teorico, ma una competenza che permette di prendere decisioni più informate per la gestione delle organizzazioni e delle proposte culturali. Ciò non significa necessariamente adottare un approccio “data-driven” – in cui le decisioni sono principalmente guidate dai dati – quanto far proprio un approccio “data-informed”, riconoscendo che i dati sono uno strumento prezioso per supportare le decisioni che mantengono però al centro il giudizio umano, la visione culturale e la missione dell’istituzione.
- In quest’ottica i dati informano e arricchiscono la riflessione strategica, ma non la sostituiscono, ad esempio:
- leggere le metriche dei social media per comprendere quali contenuti generano maggiore engagement e perché.
- analizzare i dati di affluenza per capire quali eventi replicare o in che periodo dell’anno programmarli;
- utilizzare i feedback del pubblico non solo per compilare report, ma per adattare l’offerta culturale o modificare gli allestimenti;
- incrociare dati demografici e di provenienza geografica per orientare le strategie di comunicazione;
In questo modo i dati non restano numeri astratti, ma diventano parte integrante della progettualità culturale.
Una competenza collettiva
Spesso si pensa che la data literacy sia principalmente una competenza individuale, qualcosa di cui si deve occupare una (o poche) persone nella struttura, ma ha invece un rapporto importante con la dimensione organizzativa nel suo complesso. Diventa davvero trasformativa solo quando si sviluppa come approccio e competenza dell’organizzazione, coinvolgendo seppur a vario titolo tutto lo staff senza restare confinata a un singolo ufficio o a poche figure tecniche.
Come afferma Jordan Morrow, esperto internazionale di data literacy:
“Data literacy is about creating comfort and confidence in utilizing data within the organization, and it doesn’t mean everyone has to become super technical or be something they are not, but it means everyone is able to drive results with data“.
All’interno di un museo, di un festival o di una biblioteca, questo significa adottare un approccio più riflessivo e sistematico nel rapporto con le informazioni e costruire una cultura condivisa attorno ai dati che metta in evidenza: chi raccoglie le informazioni e con quali modalità, chi le interpreta e le analizza, chi le comunica e a quali pubblici. Anche piccole realtà possono sviluppare buone pratiche, a partire da domande apparentemente semplici ma strategiche: quali dati abbiamo già a disposizione? A cosa ci servono realmente? Chi li utilizza davvero nelle decisioni quotidiane? Quali informazioni ci mancano per comprendere meglio il nostro impatto?
Guardare al futuro
Lavorare con i dati nel settore culturale solleva anche importanti questioni etiche che non possono essere ignorate, soprattutto in prospettiva futura.
Sappiamo già che la raccolta di dati sui visitatori deve rispettare rigorosamente la privacy e le normative (GDPR), garantendo trasparenza su come le informazioni vengono raccolte, conservate e utilizzate. Il moltiplicarsi di occasioni di tracciamento richiede di maneggiare con ancora più attenzione questa dimensione, così come sarà sempre più importante essere consapevoli dei possibili bias algoritmici che possono emergere nell’uso di tecnologie di analisi automatica.
Per questo motivo la data literacy include quindi la capacità di interrogare criticamente i dati: chi li ha prodotti? Con quali criteri? Quali voci sono rappresentate e quali assenti? Quali narrazioni rafforzano o escludono?
Viviamo in un contesto in cui decisioni pubbliche e private si basano sempre più su evidenze numeriche e algoritmi, e anche il settore culturale deve sviluppare capacità di lettura critica e narrazione efficace dei dati, non per inseguire logiche puramente quantitative, ma per mantenere autonomia e consapevolezza nelle proprie scelte.
Ed è in questo contesto che la data literacy va intesa come un percorso di apprendimento continuo che richiede formazione costante, strumenti adeguati e aggiornati e, soprattutto, la volontà di non delegare completamente ad “altri” (consulenti esterni, software automatici, piattaforme digitali) l’interpretazione dei dati che riguardano e raccontano il nostro lavoro.
È un cambio di mentalità che unisce capacità critica e immaginazione progettuale e che può permettere alle organizzazioni culturali di dialogare più efficacemente con diversi interlocutori e sostenere le proprie scelte con basi solide e trasparenti.
Fonti e link per approfondire:
Jordan Morrow (2020), Be Data Literate: The Data Literacy Skills Everyone Needs To Succeed, Wiley – https://www.jordanmorrow.com
The Data Literacy Project: https://thedataliteracyproject.org
UNESCO (2021), Media and Information Literacy Curriculum: https://unesdoc.unesco.org
European Data Portal: https://data.europa.eu
Raffaghelli, J. & Stewart, B. (2020), Centering complexity in educators’ data literacy, Teaching in Higher Education: https://doi.org/10.1080/13562517.2019.1696301
Arts Council England (2019), Impact and Insight Toolkit: https://impactandinsight.co.uk/
Vuorikari, R., Kluzer, S. and Punie, Y., DigComp 2.2: The Digital Competence Framework for Citizens, EUR 31006 EN, Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2022, ISBN 978-92-76-48882-8, doi:10.2760/115376, JRC128415. https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC128415