Dopo oltre venticinque anni di esperienza come direttrice tecnica e scenografa in importanti teatri europei – tra cui l’Opéra National de Paris – oggi Valentina Bressan traduce la complessità della transizione ecologica in strumenti e pratiche concrete.
Fondatrice di FARABELLO, agenzia che sviluppa strategie innovative per integrare la sostenibilità nei processi artistici e organizzativi, unisce la sensibilità artistica alla ricerca scientifica, in un approccio che considera la cultura un motore di trasformazione. Ispirata da metodologie come la Fresque de la Renaissance Écologique e dall’approccio alla “robustezza” del biologo Olivier Hamant, Valentina Bressan promuove una nuova prospettiva: pensare e agire in modo ecologico, a partire dai linguaggi e dalle pratiche del settore culturale.
L’abbiamo incontrata per farci raccontare come l’arte e la cultura possano essere leve di rigenerazione e redirezione, capaci di alimentare un cambiamento reale e sostenibile, e le abbiamo chiesto di condividere la sua esperienza nello sviluppare progetti innovativi per trasformare le pratiche culturali in una direzione più sostenibile.
Ci racconti di cosa ti occupi?
Vivo a Parigi e vengo dal settore dell’opera, dove ho trascorso venticinque anni come direttrice degli allestimenti scenici e scenografa. In quegli anni mi sono confrontata con la questione della sostenibilità, soprattutto di fronte a qualcosa di molto visibile: le scenografie, spesso imponenti e voluminose. All’inizio, credevo che la priorità per rendere il mio lavoro più sostenibile fosse concentrarsi esclusivamente sulla costruzione più responsabile degli elementi scenici.
Tuttavia, durante il mio periodo all’Opéra National de Paris, sono stata incaricata di realizzare la Sustainable Roadmap dell’istituzione. È stato in quel momento che ho capito quanto mi stessi sbagliando: la sostenibilità non riguarda solo gli oggetti o i materiali, ma richiede una visione sistemica e olistica, che consideri l’intero funzionamento di un’organizzazione.
Dopo questo progetto, ho deciso di approfondire ulteriormente la questione ambientale con un master biennale, studiando la sostenibilità a 360 gradi. Questo percorso mi ha portato a fondare FARABELLO, la mia agenzia di consulenza culturale. La chiamo “agenzia” e non “ufficio di consulenza” perché voglio sottolineare il ruolo della creatività nell’affrontare le sfide della trasformazione sostenibile delle organizzazioni culturali.Oggi dirigo l’agenzia, che riunisce specialisti in ambiti molto diversi, dalla salute ambientale all’analisi dei rischi, fino alla contabilità in triplo fondo – la cosiddetta “Triple Bottom Line” – che misura il successo di un’azienda non solo in base al profitto economico, ma anche in base alle sue performance sociali e ambientali. Collaboro con diverse realtà per realizzare progetti che richiedono competenze specifiche e un approccio integrato. Il mio contributo principale è offrire una visione sistemica e creativa, capace di identificare strategie più complesse ed efficaci per la sostenibilità nel settore culturale.
Come mai hai deciso di chiamare la tua agenzia “FARABELLO”? C’è un significato dietro questa parola?
FARABELLO significa proprio che “farà bello”! non è un semplice neologismo: è una postura, una profonda fiducia nella nostra capacità collettiva di trasformare la realtà – non mascherandola, ma rendendola più giusta, più fattibile, più bella.
Come è cambiata la tua visione di sostenibilità nel tempo?
Nel contesto dell’opera, il tema della sostenibilità è emerso per me in modo molto concreto e visibile: le scenografie, imponenti e voluminose, mi avevano portata inizialmente a pensare che la priorità fosse intervenire sulla loro progettazione e realizzazione, contribuendo a formare delle competenze in grado di immaginarle senza perdere di vista la responsabilità ambientale.
Questa visione iniziale, però, si è rivelata parziale. Quando ero all’Opéra di Parigi e sono stata ingaggiata per realizzare la roadmap di sostenibilità, mi sono resa conto che in realtà stessi sbagliando: il problema è molto più complesso, quindi bisogna avere una visione molto più sistemica e olistica.
Prestaci il tuo sguardo: cosa intendi per visione sistemica e olistica?
La scienza ci dimostra che la crisi ambientale è un problema sistemico, quindi la risposta deve esserlo altrettanto. Non si può intervenire in modo lineare: serve una strategia che consideri l’insieme delle relazioni e dei fattori coinvolti. Ridurre il proprio impatto negativo è importante, ma il settore culturale ha anche la responsabilità di amplificare il suo impatto positivo sulla società.Per rispondere alla crisi che stiamo vivendo, non dobbiamo solo concentrarci sull’energia, è necessaria una trasformazione della nostra visione del mondo, filosofica, politica e al tempo stesso concreta. Per realizzarla, è necessario ridefinire i nostri valori e capire chiaramente il futuro che vogliamo costruire.
Per rispondere alla crisi che stiamo vivendo, non dobbiamo solo concentrarci sull’energia, è necessaria una trasformazione della nostra visione del mondo, filosofica, politica e al tempo stesso concreta. Per realizzarla, è necessario ridefinire i nostri valori e capire chiaramente il futuro che vogliamo costruire.
Sapere in che mondo desideriamo vivere è fondamentale per creare le condizioni giuste per il cambiamento.
Se non comprendiamo la portata globale del problema, rischiamo effetti indesiderati come rebound o trasferimenti d’impatto, peggiorando la situazione o contrastando l’effetto desiderato. È quindi essenziale sviluppare una visione chiara e radicata nella realtà fisica del pianeta, considerando limiti non negoziabili, come la temperatura della Terra (non possiamo chiedere al sole di abbassare la sua temperatura!).
Una volta definita questa visione, possiamo identificare le tappe concrete per realizzarla, progettando strategie efficaci e sostenibili.
Quali sono le competenze che ritieni più importanti nel tuo lavoro?
Le competenze fondamentali per il mio lavoro partono dalla comprensione della complessità del problema. È essenziale avere una visione globale e capire gli ordini di grandezza. è fondamentale, ad esempio, avere conoscenza dei Planetary Boundaries – concetto sviluppato da scienziati guidati da Johan Rockström che serve a definire soglie ecologiche critiche per la sopravvivenza umana, oltre il quale si rischia di innescare cambiamenti ambientali bruschi e pericolosi per l’umanità. Il quadro dei Planetary Boundaries evidenzia i crescenti rischi derivanti dalla pressione umana su nove processi globali critici che regolano la stabilità e la resilienza della Terra.
La seconda competenza chiave è avere un approccio creativo e strategico nell’identificare le azioni più efficaci da mettere in atto. La terza è la coscienza del potere delle nostre decisioni: il futuro non esiste già, dipende dalle scelte che facciamo oggi, come diceva Gaston Berger. Senza la convinzione che sia possibile cambiare le cose, ogni strategia rischia di rimanere solo teoria.
Ci puoi fare qualche esempio particolarmente virtuoso che hai progettato o visto?
Il concetto di “Renaissance écologique” di Julien Dossier, con cui ho lavorato all’Opera. Si ispira alla celebre Allegorie ed effetti del Buono e del Cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti, un affresco del XIV secolo situato nel Palazzo Pubblico di Siena. Dossier ha reinterpretato quest’opera come una mappa visiva per la transizione ecologica, identificando 24 “cantieri” o aree chiave per costruire una società sostenibile. Questi cantieri spaziano dall’agricoltura alla mobilità, dall’energia alla cultura, e sono presentati come elementi interconnessi di un sistema complesso.
La metodologia della Renaissance écologique è stata sviluppata per aiutare le organizzazioni e le comunità a comprendere e affrontare le sfide ecologiche in modo sistemico.
Trovo molto stimolante anche la ricerca di Jan Kamensky – un artista il cui lavoro permette di visualizzare un mondo che abbia realizzato la trasformazione ecologica ambiziosa per creare dei nuovi desideri e forse smantellare i pregiudizi (la narrativa), contro gli ecologisti.
Su quali sfide credi sia importante concentrare l’attenzione per il futuro?
In un contesto globale segnato da crescente instabilità, il rischio più grande è la violenza, in tutte le sue forme. Non può esistere una vera ecologia senza pace, perché la sostenibilità non è solo una questione ambientale, ma profondamente legata ai valori umani.
Diventare più robusti e adattabili è una direzione fondamentale. Questo significa uscire dalla logica della pura efficienza e della performance a tutti i costi, per sviluppare invece la capacità di adattamento. Questo permetterebbe di avere un margine d’azione, delle riserve, dei partner affidabili, una rete di cooperazione, accesso garantito a cibo sano e acqua potabile, e soprattutto un ecosistema territoriale solido, vivo e connesso. La sostenibilità, in questa prospettiva, è anche un modo di vivere il territorio e le relazioni in modo più radicato, consapevole e collettivo.
Secondo la tua visione, qual è il ruolo della cultura nella transizione ecologica?
Secondo me, il ruolo della cultura nella transizione ecologica è assolutamente essenziale e profondamente trasformativo. L’azione culturale può permettere di sbloccare l’inazione.
La cultura ha il potere di accompagnare una trasformazione radicale della nostra visione del mondo – una trasformazione che definisco profondamente filosofica ma estremamente concreta. Oggi, la nostra idea di bellezza, successo e felicità è spesso modellata su desideri indotti dal consumo e dalla pubblicità, ed è proprio questa visione che ci sta conducendo verso la distruzione. È urgente riscrivere i nostri riferimenti simbolici e culturali.
Credo che la cultura debba proporre un nuovo immaginario, un modello di società vivibile fondato su valori come equità, giustizia, uguaglianza, rispetto, solidarietà e cooperazione. Deve risvegliare in noi il desiderio di riappropriarci del tempo, delle relazioni, dei legami con il mondo che ci circonda, superando l’individualismo in favore di una visione profondamente comunitaria.
La cultura è, a tutti gli effetti, un agente di cambiamento sociale. Attraverso narrazioni (libri, film, spettacoli, canzoni) può influenzare i nostri desideri, decostruire modelli dominanti e smantellare le radici profonde dei sistemi di dominazione che individua Dominique Bourg, un filosofo a cui mi ispiro: degli uomini sulla natura, dell’uomo sulle donne, dei ricchi sui poveri. Sono queste strutture che ci hanno condotto alla crisi ecologica attuale.
Quali sono le 3 cose più importanti da tenere in mente per un operatore culturale oggi riguardo la transizione ecologica?
Amplificare l’impatto positivo: non basta solo ridurre l’impatto negativo, è fondamentale amplificare l’impatto positivo sulla società, poiché la transizione è una “battaglia culturale” che il settore deve affrontare.
Costruire una visione d’avvenire: è necessario costruire una visione precisa, concreta e realista del mondo che si vuole creare, un desiderio da costruire con l’immaginazione, uscendo dagli schemi attuali e tenendo conto dei limiti planetari.
Riconsiderare e ridisegnare gli stakeholder: l’organizzazione può esercitare una grande influenza creando cooperazioni con chi opera per la trasformazione, sfruttando il “superpotere” dell’influenza e dell’ancoraggio territoriale del settore culturale.
Quali risorse consigli per capire la questione ecologica?
Credo sia di grandissima ispirazione il Manuel d’un monde en transition(s) di Lucas Verhelst: un libro francese – purtroppo non ancora tradotto in italiano – che spiega 101 ostacoli che impediscono il cambiamento. Si concentra sulla necessità di accompagnare una trasformazione del comportamento, che non si fa per decreto ma per desiderio.
Vorrei citare tre film che esulano un po’ dal tema strettamente ecologico, ma servono a vedere quali sono le barriere che ci impediscono di avanzare.
Strange World – Un mondo misterioso: un film della Disney, fondamentale per capire come potrebbe essere una realtà con una norma sociale completamente trasformata. Qui la normalità include un agricoltore, una moglie pilota di aerei, figli omosessuali e un cane disabile, tutti mangiano vegetale.
Wall-E: un film d’animazione distopico che rappresenta il mondo che stiamo costruendo.
C’è ancora domani: usando il registro della commedia, rende visibile e smantella le radici del patriarcato, rimettendo in discussione nella società un tema che non si vuole vedere.